La competizione del lavoro con i robot

La competizione del lavoro con i robot

Stazione di Firenze Santa Maria Novella, devo acquistare con urgenza un biglietto per un regionale; nella sala della biglietteria vi sono decine di macchinette, alcune fuori servizio, assalite da centinaia di viaggiatori che hanno il mio stesso problema,lunghe file con accanto postulanti e zingarelle; segnalo il fatto al personale delle Ferrovie, la risposta è uno sguardo di rassegnazione; chiedo quindi di accedere alla biglietteria, vengo subito fermato: “Non è possibile, ai tre sportelli si può accedere solo per operazioni particolari, i biglietti si devono fare con le macchinette automatiche”.

Perdendo il treno riesco, dopo una lunga fila, a fare il biglietto. Grazie Trenitalia!

La spiegazione di quanto è accaduto è semplice e la fornisce Riccardo Staglianò nel libro Al posto tuo, così web e robot ci stanno rubando il lavoro. Un’emettitrice di biglietti costa circa 20.000 euro, non si stanca mai, non va in ferie, non entra in sciopero. Tutto questo ha consentito la riduzione di migliaia di addetti alle biglietterie. Lo stesso fenomeno sta avvenendo con le banche con l’introduzione di bancomat in grado non solo di erogare banconote, ma anche di ricevere versamenti, effettuare pagamenti di bollette, tasse e tante altre funzioni.

Allargando il discorso ad altri campi più direttamente di interesse per i nostri lettori, come quello della distribuzione alimentare, Staglianò segnala nel suo libro come Amazon per realizzare 10 milioni di euro con le vendite online occupi un terzo del personale di un supermercato con lo stesso giro di affari.

E ancora, la Colussi ha investito 80 milioni di euro per automatizzare la produzione nel suo stabilimento di Assisi merendine e fette biscottate: tutto bene! Non tanto, almeno per il centinaio di lavoratori per cui è stata attivata la procedura di licenziamento. L’azienda ha spiegato che “il contesto competitivo sempre più spinto e il ricorso a soluzioni produttive tecnologicamente avanzate rende inevitabile una fisiologica riduzione della forza lavoro impiegata”. Se per fare biscotti e merendine si utilizzano i robot, dei lavoratori non c’è più bisogno!

Questo è quanto sta avvenendo, ma è ancora più preoccupante il prossimo futuro: sono già stati prodotti Tir che non hanno bisogno di autista in autostrada, mezzi in grado di restare a debita distanza dalle altre autovetture e inoltre programmati per ottimizzare il consumo di carburante. Si prevede che saranno milioni gli autisti nel mondo che perderanno il lavoro nei prossimi anni, così come è già avvenuto per le agenzie di viaggio, per le librerie fisiche (negli Usa ne sono rimaste un migliaio!), per non parlare della crisi che investe i giornali a causa della diminuzione delle vendite e del crollo della pubblicità.

A questo punto immagino l’obiezione di chi legge: le macchine hanno sempre rimpiazzato le braccia, questo è un bene, si chiama produttività! Chi perdeva il lavoro si è poi riciclato in un’occupazione più sofisticata. Negli anni passati questo era vero, ma il meccanismo si è interrotto a partire dal 2000 con il passaggio dalla old economy alla new economy. Staglianò lo spiega bene nel suo libro citando studi di alcuni importanti ricercatori del Mit, il Massachusetts Institute of Technology, pubblicati nel Race against the machine che annuncia un futuro veramente distopico. C’è una via di scampo? In primo luogo occorre conoscere l’entità del problema e non pensare di ingaggiare una lotta contro le macchine e i computer, una sorta di neo-luddismo; viceversa è necessario puntare su lavori che si fondino sulla creatività, intesa come capacità di generare idee e soluzioni nuove. Per farlo ovviamente serve investire in istruzione. Ma è prevedibile che non per tutti sarà facile riconvertirsi e trovare nuova occupazione. E allora Reddito di cittadinanza? Non credo che questa sia la soluzione. Un’idea potrebbe venire dalla Francia dove con la Loi Travail è stata avviata la sperimentazione di una sorta di dote personale, con un pacchetto di ore formative e di previdenza che un lavoratore porta con sé nel passaggio da un’occupazione a un’altra.

Sergio Auricchio

auricchio@agraeditrice.com